Caratteristiche fisiche
La lince è un mammifero felino e carnivoro, appartenente alla famiglia
dei felidi. E' più grande di un gatto selvatico e ha le zampe molto più lunghe.
Il pelo è lungo e morbido, le orecchie sono dritte con dei ciuffi
di peli sulla sommità. Il peso di un esemplare adulto va da 20 a
30 chili ed è lunga circa 100/130 cm.; è alta circa mezzo
metro all'altezza delle spalle. E'
un animale solitario e silenzioso. Ha vista e udito eccezionali, percepisce
anche il minimo fremito; riesce a saltare sui rami anche a 2,50 m d'altezza,
e piomba sulla preda con una velocità impressionante. Il territorio della
lince in genere è molto esteso, spesso può superare i 400 chilometri quadrati. La
sua alimentazione è varia: cerbiatti, lepri, volpi, daini, caprioli,
topi, uccelli invertebrati, ecc. La vita
media va dai 10 ai 15 anni.
Riproduzione
La
stagione degli amori va da dicembre a marzo; in questo periodo,
durante gli spostamenti, gli esemplari maschi emettono
una specie di lamento di richiamo per attirare le femmine. Intorno ad aprile-maggio (dopo due
mesi e mezzo dall'accoppiamento) nascono da 1 a 4 cuccioli, già dotati
di pelliccia ma totalmente ciechi. I piccoli vengono lasciati soli nella tana
ogni volta che la madre si allontana per procurare loro del cibo.
IL RITORNO DELLA LINCE IN ITALIA
Il
1989 rappresenta una data storica per il ritorno della lince sulle Alpi
italiane: in quell'anno, nelle foreste della Carnia, il guardiacaccia Carlo
Vuerich di Pontebba riuscì a fotografare il felino mentre predava
una marmotta. Nel
suo cammino verso ovest, la lince si è spinta fin sulle montagne
del Piemonte: tracce della sua presenza sono state rilevate sui monti dell'
Ossola e della Val Sesia , e negli ultimi anni si sono moltiplicati gli
avvistamenti in Val Pellice, Val Chisone e Valle di Susa,
attorno al valico
del Moncenisio. La
lince era scomparsa definitivamente tra la fine dell'800 e l'inizio del
'900 dal territorio alpino. In
Italia la storia dell'estinzione della lince si conclude in Val Roja, al
di là del Col di Tenda (Cuneo) tra il 1918 e il 1920, su territori oggi
francesi. Tra
la fine del '700 e l'inizio del '900 è documentato l'abbattimento
di almeno 140 esemplari in Val di Susa e in Val Pellice, nelle valli Varaita
e Stura, e soprattutto in Valle d'Aosta: al Gran Paradiso, nella sola
Valsavarenche, furono quaranta le linci catturate negli ultimi vent'anni
dell'800. Nonostante
fosse ormai estinta, meritano attenzione le segnalazioni della lince in
Valle Anzasca nel 1937, in Valle d'Aosta dieci anni dopo, in Val Varaita
nel 1969 e due anni dopo nell'Ossola e nel Cuneese. Sono indizi che fanno
supporre come pochissimi esemplari isolati fossero riusciti a sfuggire
al massacro e a riprodursi, molto prima delle reintroduzioni programmate
dall'uomo. A
partire dal 1971 furono rilasciate le prime 24 linci in Svizzera, nelle
Alpi e nel massiccio del Giura; per il ritorno della lince in Valle d'Aosta,
in Val Sesia e nell'Ossola, si è rivelato strategico proprio il
programma di reintroduzione in Svizzera. Tornata
negli anni '80 nelle foreste delle Alpi Giulie e in Carnia, la lince si
è poi affacciata nella parte più settentrionale del Piemonte:
negli ultimi cinque anni è aumentato il numero delle segnalazioni
nella Provincia di Verbania, dalla Val Divedro alle valli Antigorio e
Formazza, in Val Vigezzo, Valle Antrona e nella Valle di Bognanco. In
collaborazione con il parco Veglia-Devero, la Provincia del Verbano-Cusio-Ossola
ha promosso un piano speciale di monitoraggio. In
Valle d'Aosta, le segnalazioni si concentrano nell'area del Gran San Bernardo,
dove la lince segue gli spostamenti di cervi, caprioli e camosci. Le
predazioni documentate nel parco nazionale francese della Vanoise, vicino
al Gran Paradiso, suggeriscono la diffusione del felino nel settore alpino
sud-occidentale: il fenomeno sarebbe confermato dai ripetuti avvistamenti
nella zona del valico del Moncenisio, in Alta Valle di Susa, in Val Chisone
e in Val Pellice. In quest'area, tuttavia, manca un piano sistematico
per il monitoraggio del ritorno della lince, a cui sta invece lavorando
nel nord-est il pool del Progetto Lince Italia. Studiare
la lince, farla conoscere e agevolarne il ritorno. È l'obiettivo
del Progetto Lince Italia, associazione culturale con sede all' Università
di Padova patrocinata da due organismi internazionali, la Scalp (Status
and Conservation on Alpine Lynx population) e il "Cat Specialist Group"
dell'Iucn (The World Conservation Union). Del Progetto Lince italiano fanno
parte guardiaparchi, cacciatori, veterinari e cinque super-consulenti stranieri,
tra cui Peter Jackson dell'Uicn e lo svizzero Urs Breitenmoser dell'Università
di Berna, massimo esperto mondiale in materia di linci. Al progetto collaborano
più soggetti: l'Istituto nazionale fauna selvatica (Infs), la Società
italiana di ecopatologia della fauna (Sief), il Consiglio nazionale delle
ricerche (Cnr), istituti universitari italiani e esteri tra cui il Kora
svizzero, l'Onc francese e il Nina norvegese. Tre gli scopi del Progetto
Italia: divulgare informazioni corrette sulla specie, formare operatori
in grado di collaborare con gli agricoltori per gli allevamenti colpiti
dalla lince e raccogliere dati sulla diffusione del felino. Un primo centro
operativo è stato aperto a Tarvisio (Udine), dove è aumentata
la presenza di linci provenienti dalle foreste slovene.
Il WWF Italia sta intraprendendo una battaglia per la salvezza della lince sul
nostro territorio, dove e' in pericolo a causa dei bracconieri,
delle autostrade e ferrovie e per la mancanza di zone protette. Il
Gruppo Lince Italia è un comitato di studio, azione e divulgazione
sorto allo scopo di contribuire alla conoscenza, conservazione e diffusione
della lince nel nostro paese, con il patrocinio dell'Ente Autonomo Parco
Nazionale d'Abruzzo.
""Tratto dal Sito Ufficiale del Parco Nazionale d'Abruzzo""
La
presenza della lince in Italia, non solo nelle Alpi occidentali ed orientali,
ma anche nell'Appennino (soprattutto centrale) è ormai ampiamente
comprovata e non può essere posta seriamente in discussione. Mentre
però alcuni studiosi tendono a considerarla frutto delle reintroduzioni
operate con successo al di la delle Alpi (Francia, Svizzera, ex Jugoslavia)
- ciò che non spiegherebbe comunque le presenze appenniniche - è
assai probabile che in realtà nuclei relitti assai ridotti di tale
felino, a comportamento spiccatamente criptico, abbiano potuto conservarsi
in alcune zone montane particolarmente remote e segregate, tanto delle
Alpi occidentali ed orientali, che dell'Appennino. Una
importante monografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblicata
nel 1981 ha ignorato completamente questa specie, escludendola dalla fauna
italiana: è assai verosimile invece che, all'epoca, la lince fosse
presente, sia pure in numero piuttosto ridotto, nel nostro Paese. Attualmente
esistono prove molteplici, sicure e concordanti dell'esistenza della lince
nel parco, dove la sua consistenza viene stimata a 2-3 coppie, mentre indizi
significativi emergono da altre zone dell'Appennino centrale, e in parte
meridionale. Benché ovviamente non possano escludersi ipotesi di
immissioni o liberazioni clandestine ad opera di ignoti, la situazione
obiettiva - esemplari perfettamente selvatici, elusivi, abituati al territorio
e legati a zone particolari, in molti casi le stesse dove la loro presenza
e stata storicamente riferita per decenni - fa propendere nettamente per
la spiegazione più ragionevole e suggestiva: vale a dire l'effettiva
sopravvivenza di piccoli nuclei relitti originari, oggi ampiamente favoriti
dalla accresciuta salvaguardia ambientale e dalla aumentata disponibilità
di prede. Anche
la creazione di Aree faunistiche della lince nel parco (una al momento
attuale) ha svolto certamente un ruolo di potente catalizzatore, mentre
la ripresa e l'intensificazione delle osservazioni e ricerche, attraverso
il Gruppo Lince Italia, da ragione della dovizia di dati ormai acquisiti
in merito.
Gli
obiettivi futuri di tutela mirano a consolidare la strategia finora seguita
dal Parco, escludendo ovviamente ogni ipotesi di reintroduzione dall'esterno
data l'estrema importanza di questa popolazione, presumibilmente autoctona,
le cui caratteristiche morfologiche, genetiche, etologiche ed ecologiche
meriteranno serio approfondimento.